Vecchi colorati (e scoloriti)

Martìn Caparròs
(per scricare il libro https://nuvola.porticando.eu/s/i9MrwdAH68xs6eE )

Camminano mano nella mano: un settantenne con i pantaloncini corti e gli occhiali con la montatura arancione, una bella pancia, capelli grigi raccolti in un codino, e una signora coetanea con i capelli azzurri e verdi legati con un nastro rosso, pantaloni molto larghi a fiori, maglietta, camminano e ridono e si baciano. È New York, ma potrebbe essere qualsiasi altra città del mondo ricco. Un fantasma percorre l’Occidente: fiumane di vecchi che cercano un loro modo.

I vecchi reclamano il proprio posto: sono sempre di piú, preoccupano gli economisti che si domandano chi pagherà queste vite piú lunghe, incidono su scelte come la Brexit o la ripetuta liturgia spagnola, sovraccaricano i sistemi sanitari, creano dei loro consumi e, soprattutto, cercano nuovi modi di essere ciò che prima non esisteva. Molti, si vede, includono nella loro ricerca la possibilità della stupidaggine: tutto quello che era appannaggio dei giovani, frivolezze, finché non arrivava quell’età in cui uno metteva la testa sulle spalle. Adesso la testa continua ad andarsene a spasso e le frivolezze non vanno piú in prescrizione a 35 o a 46 anni. Adesso anche i vecchi osano essere frivoli ed è un grosso cambiamento di questi tempi. Solevano issare la loro gravità come uno stendardo di potere: loro, che erano oltre queste quisquilie. Stanno ammainando questo stendardo: come una bandiera bianca fatta da dozzine di colori, si mostrano come un tempo facevano soltanto i giovani.

Per questo è stato necessario il piú grande cambiamento culturale che la storia non racconta: l’invenzione della vecchiaia. Mi ha sorpreso che invecchiare fosse puro degrado: che, con il passare degli anni, il corpo non acquisisse niente, perdesse senza sosta. Mi stupiva che la natura – che si vanta di essere saggia – avesse creato organismi cosí tendenti al declino. Fin quando non ho capito che lei non ha alcuna colpa in tutto questo: ci ha creati – moderata, prudente – per vivere fino ai 30, 35 anni, finché eravamo sani e forti e in grado di riprodurci per il bene della specie. È quello che facevano i nostri nonni cavernicoli, ed è il tempo in cui un corpo vive bene. Siamo stati noi – superbi, spaventati – a inventare modi per allungare il tragitto e, a forza di alimentarci meglio, a suon di medicine, di situazioni migliori, abbiamo creato la vecchiaia e ci aggiungiamo sempre piú anni. Questa proroga è la nostra grande conquista, ma non l’abbiamo completata: abbiamo inventato la vecchiaia ma non il modo di fermare il deterioramento. L’abbiamo fatto, ma non ci siamo ancora riusciti del tutto. Abbiamo inventato uno stato felicemente innaturale, ma ci manca ancora molto: è incompleto, pieno di errori.

Di fronte a questa impotenza, affinché non tutto fosse perdita, le culture che inventarono i vecchi idearono anche dei sotterfugi: gli attribuivano il sapere e l’esperienza e il potere conquistato e i giovani per lo piú li rispettavano. Adesso tutta la faccenda del val piú un vecchio in un canto che un giovane in un campo è diventata roba da museo, testimonianza di un tempo ormai superato.

Nel 1969, uno scrittore argentino di mezza età, Adolfo Bioy Casares pubblicò il suo Diario della Guerra al Maiale. Nel romanzo, i giovani di Buenos Aires davano inizio a una guerra senza quartiere contro i vecchi: li volevano sterminare. La guerra, che allora registrava memorabili battaglie a Parigi, Praga, Cuba, in California, è finita: hanno vinto i giovani. I giovani si sono impossessati di sempre piú ambiti di potere: la musica, la moda, la lingua, i media, i comportamenti, le aziende, persino la politica.

Ora piú che mai i vecchi vivono in un mondo che detesta la vecchiaia e adora la gioventú come di rado ha adorato una divinità. Il loro trionfo – che i vecchi esistano è uno strepitoso trionfo – serve per metterne in scena la loro sconfitta. Si tingono i capelli, camminano mano nella mano in bermuda, si baciano, scopano, viaggiano, lavorano, arrivano persino a fare progetti: diremmo che si comportano come quelli che non sono piú. Presto, suppongo, lo vedremo come l’atteggiamento piú normale dei vecchi.




EUROPA TOTOISTA

EUROPA TOTOISTA

Da tempo ormai i paragoni fra Hitler e Putin sono pane quotidiano per la maggior parte dei politici, dei giornalisti e dei commentatori televisi europei. Che Putin sia  ‘nu fetente’ è fuor di dubbio, ma il confronto della guerra in Ucraina con il tentativo nazista di conquista dell’Europa è come minimo esagerato.

La cosa veramente grottesca è che secondo Ursula Van Der leyen, Macron, Merz, Starmer e la furbetta Meloni bisogna invece reagire all’imperialismo russo (?) come si reagì contro la Germania nella seconda guerra mondiale e perciò bisogna continuare a sostenere Zelensky mandando sempre più armi… ma immaginatevi cosa sarebbe successo se la reazione inglese e poi americana all’invasione polacca e poi francese si fosse limitata all’invio di armi. Dunque accettando tutte le implicazioni di questo parallelismo fra Hitler e Putin dovremmo concluere che l’unica risposta efficace sarebbe quella di dichiarare  guerra alla Russia!!!  
Secondo me invece i maggiori paesi europei stanno approfittando di questo sanguinoso conflitto per organizzare i riarmi nazionali e dedicare immani risorse alla trasformazione  in industrie di guerra dei vari potentati economici nazionali in crisi. In Germania cio è chiarissimo e tutto è finalizzato alla riconversione del colosso Wolkswagen (ormai sempre più in difficoltà per la inarrestabile concorrenza delle auto cinesi) in una potente fabbrica di armamenti. Secondo me i politici al governo dei paesi europei occidentali se ne fottono dell’Ucraina e se fanno finta di tenere a cuore i destini di quel paese lo fanno solo per beceri interessi nazionali: una bella e redditizia trasformazione dell’economia in economia di guerra.

In fin dei conti Ursula Van Der leyen, Macron, Merz, Starmer e la furbetta Meloni sono tutti TOTOISTI!!!

ARMIAMOCI ED ANDATE. NOI VERREMO DOPO (se qualche frullocco ci crede).




Ritorno all’antico

Ho deciso che nei mesi e spero negli anni che mi restano da vivere, non leggerò libri né vedrò film con meno di 30 anni d’età (per fortuna non ho difficoltà di scelta fra la mia biblioteca e per vecchio grazioso

regalo di Paolo ho un hard disk contenente centinaia di pellicole d’epoca).

In fondo anche con FILI facemmo viaggi di questo tipo. Fu solo l”egocentrismo e la cecità devastante di alcuni a interrompere quella esperienza che fra l’altro era stata la fucina di una mia più profonda amicizia con Mariano).

Effetti speciali, auto editing, interviste a tappeto, esaltazione iperbolica di prodotti mediocri sono il cavallo di troia dell’avanzamento cieco della tecnologia che trova la sua vera ragion d’essere negli armamenti. Comunque ieri sera ho visto Ragione e Sentimento (la versione con Emma Thompson)

C’è la scena in cui il colonnello Brandon legge un sonetto di Shakespeare. Semplice, un piccolo libricino fra le mani delll’attore, senza musica. Rifatta oggi si sarebbe vista come minimo la mano del poeta che scrive una lettera svolazzante nell’etere con un’accattivante musica piena di fondo.
Approfitto comunque per pubblicare due dei sonetti del Bardo di Avon che hanno sempre indotto serenità e luminosità nella mia anima spesso annebbiata dai perniciosi fiumi di una diabolica modernità




Sogni!

Il narratore El Ixaqui riferisce questo fatto. Raccontano gli uomini degni di fede che ci fu al Cairo un uomo padrone di molte ricchezze, ma così   generoso e liberale da perdere tutto ciò che possedeva tranne la casa del padre, e per vivive si vide costretto a lavorare duramente.
Una sera, dopo una giornata molto faticosa, si addormentò sotto il fico del suo giardino e sognò   un messaggero di Allah   che gli diceva: “La tua fortuna è in Persia, a Isfahan,va a cercarla”.
Appena sveglio all’alba il nostro uomo intraprese il lungo viaggio perché così gli era stato detto e affrontò i pericoli dei deserti, delle navi, dei pirati, dei fiumi, delle fiere e degli uomini.
Dopo molte traversie giunse infine stanchissimo sul far della sera ad Isfahan, entrò nelle mura della città e si stese a dormire nel patio di una moschea.

Vicino alla moschea c’era una casa e quella notte una banda  di ladri attraverso la moschea entrò nell’abitazione ma le persone che vi dormivano si svegliarono e chiesero aiuto. Anche i vicini si misero a gridare finchè accorsero i  guardiani del quartiere che misero in fuga i ladri e poi, perquisendo la moschea, trovarono l’uomo del Cairo e gli affibbiarono tanti colpi con canne di bambù che quasi lo ammazzarono.
Due giorni dopo l’uomo riprese i sensi in carcere ed il comandante della polizia volle interrogarlo.
Chi sei e da dove vieni?” gli chiese
Sono della città del Cairo e mi chiamo Mohamed El Magrebi
Cosa ti ha condotto in Persia?
L’uomo gli racconto del sogno ed aggiunse: ”Ora sono ad Isfahan e vedo che la fortuna che mi era stata promessa deve essere il mucchio di bastonate che tanto generosamente mi avete affibbiato. Evidentemente dovevo essere punito per i miei peccati!”.
Il capitano scoppiò a ridere e disse: “Anche io sognato tre volte una casa del Cairo nel quale c’era un giardino e nel giardino una meridiana ed un fico ed una fontana sotto la quale c’era un tesoro. Non per questo ho intrapreso un viaggio fidandomi solo di un sogno. Sei un vero ingenuo ed uno stupido credulone! Eccoti qualche moneta per ritornare al tuo paese e non farti mai più vedere da queste parti!
L’umo le prese e torno in patria. Sotto la fontana del suo giardino ( che era quella sognata dal capitano) trovò il tesoro. Cosi Dio lo ricompensò e lo esaltò.




Con affetto

Questo post, così come i successivi, è dedicato a coloro che mi sono stati vicino in questo momento difficile della mia vita e agli amici che, con tanto affetto, mi hanno chiesto notizie sulla mia improvvisa assenza mediatica. In situazioni come questa, sorge il bisogno di esprimere ciò che sentiamo; tuttavia, ho deciso di farlo condividendo racconti di autori che hanno accompagnato il mio cammino. Spero che queste storie possano toccarti come lo hanno fatto con me. Se tu vorrai, mi farebbe piacere ricevere un tuo breve commento. Grazie di cuore per il tuo supporto e il tuo affetto.

Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare. Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino. Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei.
Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all’estrema frontiera. Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine.
Mi misi in viaggio che avevo già più di trent’anni, troppo tardi forse. Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire. Sebbene spensierato – ben più di quanto sia ora! – mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri. Credevo, inconsapevole, che averne sette fosse addirittura un’esagerazione. Con l’andar del tempo mi accolsi al contrario che erano ridicolmente pochi; e si che nessuno di essi è mai caduto malato, ne è incappato nei briganti, ne ha sfiancato le cavalcature.

Tutti e sette mi hanno servito con una tenacia e una devozione che difficilmente riuscirò mai a ricompensare. Per distinguerli facilmente imposi loro nomi con le iniziali alfabeticamente progressive: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio.
Non uso alla lontananza dalla mia casa, vi spedii il primo, Alessandro, fin dalla sera del secondo giorno di viaggio, quando avevamo percorso già un’ottantina di leghe. La sera dopo, per assicurarmi la continuità delle comunicazioni, inviai il secondo, poi, il terzo, poi il quarto, consecutivamente, fino all’ottava sera di viaggio, in cui partì Gregorio. Il primo non era ancora tornato. Ci raggiunse la decima sera, mentre stavamo disponendo il campo per la notte, in una valle disabitata.
Seppi da Alessandro che la sua rapidità era stata inferiore al previsto; avevo pensato che, procedendo isolato, in sella a un ottimo destriero, egli potesse percorrere, nel medesimo tempo, una distanza due volte la nostra; invece aveva potuto solamente una volta e mezza; in una giornata, mentre noi avanzavamo di quaranta leghe, lui ne divorava sessanta, ma non più. Così fu degli altri. Bartolomeo, partito per la città alla terza sera di viaggio, ci raggiunse alla quindicesima; Caio, partito alla quarta, alla ventesima solo fu di ritorno. Ben presto constatai che bastava moltiplicare per cinque i giorni fin lì impiegati per sapere quando il messaggero ci avrebbe ripresi. Allontanandoci sempre più dalla capitale, l’itinerario dei messi si faceva ogni volta più lungo. Dopo cinquanta giorni di cammino, l’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri cominciò a spaziarsi sensibilmente; mentre prima me ne vedevo arrivare al campo uno ogni cinque giorni, questo intervallo divenne di venticinque; la voce della mia città diveniva in tal modo sempre più fioca; intere settimane passavano senza che io ne avessi alcuna notizia. Trascorsi che furono sei mesi – già avevamo varcato i monti Fasani – l’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri aumentò a ben quattro mesi.

Essi mi recavano oramai notizie lontane; le buste mi giungevano gualcite, talora con macchie di umido per le notti trascorse all’addiaccio da chi me le portava. Procedemmo ancora. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciullezza, che il cielo della città lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l’aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli uccelli. Le nuvole, il cielo, l’aria, i venti, gli uccelli apparivano in verità cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero.
Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti scoraggiati che si facevano sulle loro labbra. Erano già passati quattro anni dalla mia partenza; che lunga fatica. La capitale, la mia casa, mio padre, si erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. Ben venti mesi di silenzio e di solitudine intercorrevano ora fra le successive comparse dei messaggeri. Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire.
Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo in cammino, il messo partiva nella direzione opposta, recando alla città le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate. Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo.
Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e ripartirà domani stesso all’alba. Ripartirà per l’ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avrò settantadue. Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che la morte mi coglierà prima.
Così non lo potrò mai più rivedere. Fra trentaquattro anni (prima anzi, molto prima) Domenico scorgerà inaspettatamente i fuochi del mio accampamento e si domanderà perché mai nel frattempo io abbia fatto così poco cammino. Come stasera, il buon messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto; ma si fermerà sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto. Eppure va, Domenico, e non dirmi che sono crudele!
Porta il mio ultimo saluto alla città dove io sono nato. Tu sei il superstite legame con il mondo che un tempo fu anche mio. I più recenti messaggi mi hanno fatto sapere che molte cose sono cambiate, che mio padre è morto, che la Corona è passata a mio fratello maggiore, che mi considerano perduto, che hanno costruito alti palazzi di pietra là dove prima erano le querce sotto cui andavo solitamente a giocare. Ma è pur sempre la mia vecchia patria. Tu sei l’ultimo legame con loro, Domenico. Il quinto messaggero, Ettore, che mi raggiungerà, Dio volendo, fra un anno e otto mesi, non potrà ripartire perché non farebbe più in tempo a tornare. Dopo di tè il silenzio, o Domenico, a meno che finalmente io non trovi i sospirati confini.
Ma quanto più procedo, più vado convincendomi che non esiste frontiera. Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno nel senso che noi siamoa bituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, ne valli divisorie, ne montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro. Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, quando mi avranno nuovamente raggiunto, non riprendano più la via della capitale ma partano innanzi a precedermi, affinché io possa sapere in antecedenza ciò che mi attende. Un’ansia inconsueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non è più rimpianto delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio; piuttosto è l’impazienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo.

Vado notando – e non l’ho confidato finora a nessuno – vado notando come di giorno in giorno, man mano che avanzo verso l’improbabile mèta, nel cielo irraggi una luce insolita quale mai mi è apparsa, neppure nei sogni; e come le piante, i monti, i fiumi che attraversiamo, sembrino fatti di una essenza diversa da quella nostrana e l’aria rechi presagi che non so dire. Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti, verso quelle montagne inesplorate che le ombre della notte stanno occultando. Ancora una volta io leverò il campo, mentre Domenico scomparirà all’orizzonte dalla parte opposta, per recare alla città lontanissima l’inutile mio messaggio.




La terra è un’immane produzione di amore e di merci.

(dal mio Gocce Sognanti)

Non so se qualcuno conosce i romanzi e i film di Nicholas Sparks: storie intense d’amori più o meno difficili, buone ambientazioni e sereni finali.
Giudicare il valore letterario di questo autore americano che ha venduto 100 milioni di libri non è nelle mie possibilità, ma girovagando fra le proposte televisive mi è capitato di vedere “Le parole che non ti ho detto”, “Come un
uragano”, “Le pagine della nostra vita”,” La scelta”.
Mi sono incuriosito e, tentato dai richiami romanticizzanti, ho letto un paio di libri.
Chissà se fra venti anni i suoi racconti saranno ancora letti da un pubblico numeroso e non voglio neanche lontanamente paragonare le sue opere alle immortali e meravigliose narrazioni di “Orgoglio e pregiudizio”, “Ragione e sentimento” o “Emma”.
Ma mi è venuto il ghiribizzo di scrivere quel che segue.
Nei romanzi della Austen, ma lo schema vale anche per altri autori e non solo per narrazioni sentimentali, il lieto fine è sempre preceduto da una resa al destino e ai ghirigori della vita e l’amore cresce e si fortifica prima nei pensieri e spesso, direbbe Modugno, nella lontananza. Non ci si dichiara apertamente e
non ci si bacia se non nelle ultime pagine, dopo un lungo cammino dell’anima ed una ponderata e consapevole maturazione personale.

Si agisce perché costretti dalla vita ed il fare affrettato, come quello di Lydia (la sorella di Elizabeth), è sempre foriero di dolori, delusioni, difficoltà.
Anche Emma conosce la felicità solo quando smette di agitarsi. Prima un percorso di formazione, di crescita e maturazione e poi la tranquillità luminosa del futuro.
Così fu la storia della borghesia nella sua fase ascendente; furono i Voltaire, i Diderot, gli utopisti a preparare la presa del potere della nuova classe produttrice.
Nei racconti di Sparks invece spesso ci si innamora in poco più di un giorno e si ci si abbandona subito a profondi abbracci superando di getto qualche ostacolo.
Ma nel momento in cui la passione non è più totalizzante, si riflette e ci si ritrae per un po’ di tempo; subentrano smarrimento e inquietudine, sembra impossibile dare continuità e prospettive al rapporto fino a quando dopo un po’ di tempo non si comprende che bisogna cambiare abitudini, casa, città e lavoro
per ritornar a riveder le stelle.
Come il ciclo del capitale che oggi noi conosciamo: produzione, superproduzione, stagnazione, crisi, produzione di nuove merci!
Il fare diventa più importante del pensare. E se non si agisce tutto è compromesso!
Il buon Sparks è americano fino in fondo, ma qualche volta anche la buona letteratura moderna si muove lungo questo sentiero narrativo.
È il caso, per esempio, del maestoso racconto “Quel che resta del giorno”, nel quale il non agire del compassato Stevens e le disperate ma purtroppo poche lacrime della riservata signorina Kelly sono il vero motivo del mancato lieto fine che invece tutti i lettori – spettatori si aspetterebbero. Peccato!!!




Stare in ogni luogo…stare in nessun luogo

da libro di Gunther Anders…. con qualche variazione!

Essere a casa stando in pubblico rappresenta una componente della nostra esistenza odierna, che finora è stata generalmente trascurata dalla teoria. Ciò che finora la critica culturale aveva messo in primo piano era stata sempre la deprivatizzazione della sfera privata. Ma con questa veniva descritta solo la metà della nostra esistenza attuale. Non meno importante è il suo pendant: insomma il fatto che anche la sfera pubblica ha perso la sua univocità, che questa sfera (nonostante il monopolio che sembra aver conquistato con la deprivatizzazione) spesso viene intesa soltanto come una continuazione della sfera privata (dunque per niente come pubblica) . Chi trascura d’inserire nel quadro dell’epoca odierna entrambe queste mutilazioni, disegna un ritratto d’epoca incompleto. Fa parte del quadro sociopsicologico dell’uomo moderno, per esempio, non solo che a causa dell’incessante scorrere del mondo esterno egli stia sempre altrove e mai a casa, dunque la perdita della sua sfera privata; ma che nello stesso tempo egli è dovunque e sempre a casa.

Di qui la perdita dei suoi sentimenti per il mondo esterno, ovvero l’elefantiasi della sua sfera privata. Così come (anche stando effettivamente seduto in casa) mediante le trasmissioni egli si trova sempre anche in qualche altro luogo e tuttavia nello stesso tempo resta sempre a casa (anche quando, seduto nella sua automobile, attraversa paesi stranieri) . Se la radio, la TV ed il web sono l’incarnazione della sua deprivatizzazione, l’automobile è l’incarnazione del suo essere sempre a casa. Chi vede nella radio (o in uno smartphone) e nell’ automobile semplicemente due apparecchi, solo per caso divenuti decisamente importanti contemporaneamente, non capisce quanto stretto sia il loro rapporto di complementarità. Di fatto il sogno della nostra esistenza odierna si adempie solo quando i due apparecchi ci servono contemporaneamente; quando noi, pur attraversando paesi stranieri, rimaniamo tuttavia a casa, dato che non abbiamo lasciato la nostra auto, cioè la nostra seconda casa; e perché in essa riceviamo come a casa, per mezzo della nostra radio o del nostro cellulare, un secondo mondo.

Noi uomini d’oggi per metà siamo nomadi, perché persino quando siamo a casa ci troviamo a ogni istante in un posto diverso; e per metà siamo sedentari perché, quando viaggiamo effettivamente in paesi stranieri, possiamo consumare i comforts dell’essere a casa, e paradossalmente ciò significa che abbiamo anche la possibilità di sostare in un altro luogo (vale a dire un luogo trasmesso) .Abbiamo l’illusione di poter stare contemporaneamente dappertutto ed invece spesso dimoriamo nel rumoroso territorio del nulla.




Un viaggio (quasi gratuito) a New York

Non sono mai andato negli Stati Uniti, né ho intenzione di farlo mai, ma a New York ci sono stato per tre giorni al prezzo di pochi euro. Mi hanno portato alla prima, seconda ed  ennesima avenue le pagine di Trilogia di New York di Paul Auster autore di cui  fino a sette giorni fa non avevo mai letto niente. La notizia della sua morte, non so perché, mi ha spinto verso questo suo trittico intrecciato dei tre racconti racchiusi nel volume. Ed eccomi per tre giorni nelle vesti di Quinn, di Blue e di uno scrittore a cercare, controllare e seguire Peter Stillman, il signor Black  o l’amico di infanzia Fanshawe fra i meandri, le piazze, i palazzi della metropoli americana.

Un libro da leggere tutto d’un fiato e che vale da solo cento volte tutte le guide turistiche di New York, anzi vale cento volte il viaggio reale in questa città.
La scrittura di Auster è ipnotica, pindarica e spiazzante con continue variazioni di direzione narrativa procedendo a zigzag, come fanno spesso caoticamente i suoi personaggi lungo le strade della città dall’apparente ordine rettangolare euclideo ma di fatto invece immersa in una struttura di geometria iperbolica, ma al contrario di loro senza perdere mai il senso del peregrinare, perché le parole sono di per sé avulse dalla realtà e perciò ti portano nei luoghi  in cui vogliono andare anche quando sospetti di loro.

Una città allucinante, surreale come i quadri di Escher, popolata da persone inafferrabili che non puoi conoscere se non a rischio di sprofondare nei tunnel scavati dentro te stesso dai vermi silenziosi che popolano la grande mela. Un labirinto alla stregua della Biblioteca di Babele di Borges nel quale però trovi sempre un unico libro, un taccuino rosso pieno di parole indecifrabili alla lunga oscure anche per chi le ha scritte. Percorrere le strade della metropoli americana alla ricerca del significato dell’esistenza è cosa più folle e più grigia della lotta di Don Chisciotte contro i mulini a vento.

E quando poi entri in contatto con la persona al centro del tuo peregrinare fisico e mentale scopri che è soltanto il tuo William Wilson del racconto di Poe che ti trascina nel vortice bianco accecante in cui scompare Gordon Pym.

NON ANDATE A NEW YORK se  non insieme a Paul Auster!




Post-turismo: il reale diventa la riproduzione delle proprie immagini. La realtà viene prodotta dalla riproduzione

Nel suo libro
L’uomo è antiquato. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale.
Günther Anders offre l’esempio dei turisti che, sistematicamente armati di macchina fotografica, si accaniscono a «riprendere» (cioè a «prendere presso di sé») in maniera ossessiva tutto quel che vedono durante i loro viaggi: «Come non fotografano ciò che vedono – perché ciò che vedono, lo vedono soltanto per fotografarlo; e quel che fotografano, lo fotografano soltanto per averlo –, cosí ciò che fotografano non è per loro il “reale”. “Reale” è per loro invece la riproduzione fotografica» Quel che davvero importa per questi turisti non è l’esserci, il fare esperienza spazio-temporale del luogo visitato nel presente del viaggio, ma l’esserci stati. E l’aver ripreso e riportato a casa quel luogo sotto forma di immagine. Anders stendeva queste osservazioni a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso: possiamo solo constatare quanto nel frattempo tale condizione si sia radicalizzata con la diffusione pervasiva dei dispositivi digitali di produzione e riproduzione di immagini.

e se non ti sei già stancato/a di leggere e l’argomento ti interessa ecco il passo per intero:

«Riprendere» significa però anche «prendere presso di sé». Perché, riproducendo, questi maghi ottengono al tempo stesso l’effetto di «avere» gli oggetti. Non si completi: «solo in effigie». Il modo in cui «hanno» questi oggetti è anzi proprio quel «modo di avere» a cui sono abituati. «Hanno» gli oggetti soltanto perché li hanno in effigie. Dato che non conoscono ormai altro soggiorno che non sia quello tra effigi – le merci in serie del loro mondo, tra cui, con le quali e delle quali vivono, sono infatti tutte riproduzioni di modelli – le riproduzioni sono per loro appunto la realtà. Come non fotografano ciò che vedono – perché ciò che vedono, lo vedono soltanto per fotografarlo; e quel che fotografano, lo fotografano soltanto per averlo -, così ciò che fotografano non è per loro il «reale».
«Reale» è per loro invece la riproduzione fotografica, cioè: gli esemplari della serie fotografica, assunti a far parte dell’universo dei prodotti in serie, diventati loro proprietà. Espresso in termini ontologici: Hanno sostituito l’«esse = percipi» con un «esse = haberi».11 «Reale» per loro non è la piazza San Marco che si trova a Venezia, ma quella che si trova nel loro album di fotografie a

Wuppertal, a Sheffield o a Detroit. Il che significa anche: Per loro non conta esserci, ma soltanto esserci stati. E ciò non soltanto perché esserci stati aumenta il loro prestigio in patria, ma perché solo quel che è stato rappresenta un possesso sicuro. Mentre, infatti, il presente, fuggevole com’è, non può essere «avuto», e rimane un bene inafferrabile, irreale, improduttivo, anzi non rimane, ciò che è stato, diventato oggetto sotto forma di immagine, e quindi una proprietà, è il solo reale. Formulato in termini ontologici: «Soltanto essere stato è essere». Se tra questi maghi se ne trovasse uno che, oltre a fare come gli altri, si rendesse conto di quel che fa – cosa naturalmente assai improbabile, perché foto- grafare e filosofare sembrano escludersi a vicenda -, egli darebbe la seguente giustificazione della sua vita passata scattando fotografie: Niente è stato invano nella mia vita, niente è stato sprecato, niente improduttivo, perché ho trasformato tutto quel che è stato in ripro- duzioni, quindi in oggetti fisici; e ne ho riportato a casa le riprodu- zioni, la maggior parte in bianco e nero, in parte a colori e in piccola parte persino in movimento, di modo che le posso avere per sempre. Tutto è ora, perché rimane; tutto è ora, perché è immagine.

«Essere» significa dunque: essere stato ed essere riprodotto ed essere immagine ed essere proprietà.

Investigare più a fondo lo stretto rapporto tra la tecnica della riproduzione e la memoria (non a torto chiamata «facoltà riproduttiva») ci porterebbe troppo lontano. Diremo qui soltanto che è un rapporto ambiguo: da un lato le fotografie ci fanno ricordare; ma dall’altro lato – e questo è più importante – i souvenirs, diventati cose, hanno atrofizzato il ricordo quale stato d’animo e quale prestazione e lo hanno sostituito. L’uomo odierno, ammesso che attribuisca ancora qualche valore a concepire se stesso come «vita», ad avere un’immagine autobiografica di se stesso, la ricompone con le fotografie che ha scattato. Le immagini di quel che è stato non hanno più bisogno di essere evocate; si apre la pagina su cui si trovano, e non hanno più bisogno di risalire dal profondo – tutt’al più dalle profondità dell’album. Là e solo là giace il suo passato, come pure la basilica di San Marco. Solo con l’aiuto delle istantanee, che ha incollate e che quindi non possono andare

perdute, ricostruisce il suo passato; egli tiene un diario solo sotto forma di album. Sia detto di passaggio che una vita ricostruita a questo modo si compone solamente di gite e di viaggi e che tutto il resto non sembra contare, come «vita».

In fondo è il principio del museo che ha trionfato ora quale principio autobiografico: ognuno si trova di fronte la propria vita in forma di una serie di immagini, come una specie di «galleria autobiografica»; e quindi non più come qualche cosa che è stato, perché tutto quel che è stato viene proiettato su un unico piano, quello dell’immagine presente e disponibile. Tempo dov’è il tuo veleno?

Se si offrisse al signor Schmid o a Mr Smith un viaggio in Italia, alla condizione però di non fotografare assolutamente nulla durante il viaggio, di non preparare quindi nessun ricordo per dopodomani, rifiuterebbe certamente l’invito, perché lo considererebbe uno spreco, e quasi quasi che lo si ritenga capace di un’azione immorale. Costretto a fare un viaggio del genere, sarebbe colto dal panico, perché non saprebbe cosa farsene del presente e di tutte le vedute «fatte apposta per essere fotografate» – insomma: non saprebbe cosa fare di se stesso. E’ perfettamente logico che l’invito allettante delle agenzie di viaggio non sia: «Visit lovely Venice», ma: «Visit unforgettable Venice». Ancor prima che si sia vista passa per indimenticabile. Non la si deve visitare perché è bella, ma perché è indimenticabile; così come si deve comperare un paio di pantaloni perché sono «inconsumabili». Non è indimenticabile perché è bella; bensì, dato che è «garantita indimenticabile», il turista può essere sicuro che è anche bella. Ma per chi viaggia a questo modo, il presente è degradato a mezzo per procurarsi «ciò che sarà stato»; a giustificazione, in sé nemmeno degna che se ne parli, della sola merce valevole, della riproduzione, del futuro anteriore; dunque è degradato a qualche cosa di irreale e fantomatico. È superfluo rilevare che non solo i viaggi sono compiuti oggi a questo modo.




Fidia o Alcamene

Sto leggendo il volume di Andrea Pinotti sulla teoria delle immagini; spesso da un po’ di tempo a questa parte mi succede di trasformare in metafore molte delle cose che leggo. Cosi è successo per l’episodio che qui riporto. Al di là delle nostre capacità artistiche (relazionali) bisogna presentarsi con le fattezze di una statua di Fidia o con l’aspetto di un’opera di Alcamene nel nostro rapporto con gli altri o forse la scelta deve dipendere dalla vicinanza affettiva?

Una volta ci fu bisogno di realizzare statue di Atena da sistemare su delle colonne e gli ateniesi si affiaffidarono a due scultori, Fidia ed Alcamene. Quando venne il momento di decidere fra le due opere, le figure di Alcamene sembravano brillare per il loro aspetto esile e femminile, mentre quelle dell’altro presentavano la bocca aperta, il naso sproporzionato, la testa e le spalle più adatte ad un robusto uomo che a una dea. Fidia rischiò di essere lapidato per sacrilegio, ma quando finalmente riuscì a convincere i giudici a porre le statue sulle colonne, le fattezze delle sue creazioni apparvero proporzionate ed eleganti, mentre quelle di Alcamene brutte e ridicole.