Camminano mano nella mano: un settantenne con i pantaloncini corti e gli occhiali con la montatura arancione, una bella pancia, capelli grigi raccolti in un codino, e una signora coetanea con i capelli azzurri e verdi legati con un nastro rosso, pantaloni molto larghi a fiori, maglietta, camminano e ridono e si baciano. È New York, ma potrebbe essere qualsiasi altra città del mondo ricco. Un fantasma percorre l’Occidente: fiumane di vecchi che cercano un loro modo.
I vecchi reclamano il proprio posto: sono sempre di piú, preoccupano gli economisti che si domandano chi pagherà queste vite piú lunghe, incidono su scelte come la Brexit o la ripetuta liturgia spagnola, sovraccaricano i sistemi sanitari, creano dei loro consumi e, soprattutto, cercano nuovi modi di essere ciò che prima non esisteva. Molti, si vede, includono nella loro ricerca la possibilità della stupidaggine: tutto quello che era appannaggio dei giovani, frivolezze, finché non arrivava quell’età in cui uno metteva la testa sulle spalle. Adesso la testa continua ad andarsene a spasso e le frivolezze non vanno piú in prescrizione a 35 o a 46 anni. Adesso anche i vecchi osano essere frivoli ed è un grosso cambiamento di questi tempi. Solevano issare la loro gravità come uno stendardo di potere: loro, che erano oltre queste quisquilie. Stanno ammainando questo stendardo: come una bandiera bianca fatta da dozzine di colori, si mostrano come un tempo facevano soltanto i giovani.
Per questo è stato necessario il piú grande cambiamento culturale che la storia non racconta: l’invenzione della vecchiaia. Mi ha sorpreso che invecchiare fosse puro degrado: che, con il passare degli anni, il corpo non acquisisse niente, perdesse senza sosta. Mi stupiva che la natura – che si vanta di essere saggia – avesse creato organismi cosí tendenti al declino. Fin quando non ho capito che lei non ha alcuna colpa in tutto questo: ci ha creati – moderata, prudente – per vivere fino ai 30, 35 anni, finché eravamo sani e forti e in grado di riprodurci per il bene della specie. È quello che facevano i nostri nonni cavernicoli, ed è il tempo in cui un corpo vive bene. Siamo stati noi – superbi, spaventati – a inventare modi per allungare il tragitto e, a forza di alimentarci meglio, a suon di medicine, di situazioni migliori, abbiamo creato la vecchiaia e ci aggiungiamo sempre piú anni. Questa proroga è la nostra grande conquista, ma non l’abbiamo completata: abbiamo inventato la vecchiaia ma non il modo di fermare il deterioramento. L’abbiamo fatto, ma non ci siamo ancora riusciti del tutto. Abbiamo inventato uno stato felicemente innaturale, ma ci manca ancora molto: è incompleto, pieno di errori.
Di fronte a questa impotenza, affinché non tutto fosse perdita, le culture che inventarono i vecchi idearono anche dei sotterfugi: gli attribuivano il sapere e l’esperienza e il potere conquistato e i giovani per lo piú li rispettavano. Adesso tutta la faccenda del val piú un vecchio in un canto che un giovane in un campo è diventata roba da museo, testimonianza di un tempo ormai superato.
Nel 1969, uno scrittore argentino di mezza età, Adolfo Bioy Casares pubblicò il suo Diario della Guerra al Maiale. Nel romanzo, i giovani di Buenos Aires davano inizio a una guerra senza quartiere contro i vecchi: li volevano sterminare. La guerra, che allora registrava memorabili battaglie a Parigi, Praga, Cuba, in California, è finita: hanno vinto i giovani. I giovani si sono impossessati di sempre piú ambiti di potere: la musica, la moda, la lingua, i media, i comportamenti, le aziende, persino la politica.
Ora piú che mai i vecchi vivono in un mondo che detesta la vecchiaia e adora la gioventú come di rado ha adorato una divinità. Il loro trionfo – che i vecchi esistano è uno strepitoso trionfo – serve per metterne in scena la loro sconfitta. Si tingono i capelli, camminano mano nella mano in bermuda, si baciano, scopano, viaggiano, lavorano, arrivano persino a fare progetti: diremmo che si comportano come quelli che non sono piú. Presto, suppongo, lo vedremo come l’atteggiamento piú normale dei vecchi.